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venerdì 16 maggio 2014
Chicche triestine II°
Guardando questa simpatica lezion de triestin per "taliani", cioè i non triestini come vengono chiamati qui, mi sono ricordata dei miei primi anni da straniera a Trieste. La caratteristica rispetto al piemonte da cui provengo, era che qui si parlava sempre e con tutti in dialetto, non come dalle mie parti dove il dialetto era stigmatizzato (stiamo parlando degli anni 70, pre-leghismo!), ma anzi con un certo orgoglio; senza eccessivo campanilismo (stile friulano ad esempio) bensì spontaneo e ingenuo, come dir, come xè che non te me capissi?
Diciamo subito che il triestino, a differenza di altri dialetti, è molto comprensibile, orecchiabile e musicale, e non è difficile capire e imparare quei pochi vocaboli strani ad un orecchio forestiero.
Però da giovane sposina che ero, già piuttosto imbranata nelle incombenze domestiche necessarie al governo di una casa, mi prendeva una certa ansia ogni qual volta andavo a fare la spesa.
Il pane, una tragedia...tra "struze" "s'ciopette" "bighe" "rosete" "bombete", alla fine decidevo di indicare col dito qualcosa. Nel boteghin di frutta e verdura la crisi si manifestava sotto forma di pesi e misure oltrechè di tipologia di vegetali. Presto dovetti scoprire a mie spese che i sette deca di spinaci che l'allibita negoziante mi mise in borsa, non erano certo sufficienti a cucinare un contorno neppure lillipuziano. E che il cavolo è solo quello "fiore", mentre i "capuzzi" sono cavoli cappuccio, e che sparisi sono gli asparagi, mentre il mataviz è l'insalatina valerianella.
Al banco del pesce un giorno chiesi degli sgombri. Risposta: "Dove l'ha ga visto lei i sgomberi?" Silenzio imbarazzante. Cercavo con gli occhi fra la merce esposta il pesce in questione (uno dei pochi da me ben identificabili). "Signora mia non esisti sgomberi in questa stagiòn.." "Allora mi dia delle alici, ovvero acciughe" " Cossa la vol? Sardoni? ma anche de quei non xè ancora stagiòn.." Mosso a pena il venderigolo de pesse, mi chiese se mi sarei accontentata di un scartoz de "ribaltavapori". Arrossendo, sotto lo sguardo di compatimento del pescivendolo, mi congedai mormorando una scusa.
Alla UPIM, il grande magazzino, chiesi ad una commessa un secchio: "Sa quelli di plastica, non tanto grandi, ma nemmeno un secchiello, per le pulizie e altri lavori domestici." E la commessa: "Ah lei la volessi un stagnacco?"
Ed infine la superchicca: uscendo dallo studio del dentista, intontita e con la guancia dolente, mi precipito verso le scale, ansiosa di allontanarmi il più possibile. La segretaria mi insegue sollecita..."Signora, signora..l'ha ga dimenticà el tacuin". Ma che farnetica, penso io, non ho taccuini, il taccuino (o agenda) sarà il suo, quello dove annota gli appuntamenti. Invece mi raggiunge e mi porge il mio PORTAFOGLIO...oops, se glielo lasciavo, oltre alla parcella già versata, sarei stata davvero in crisi. Per fortuna ho ancora qualche spicciolo e posso prendere un TASSAMETRO per tornare a casa, il dente mi fa ancora troppo male.
venerdì 2 novembre 2012
Chicche triestine. I°
Riprendo a scrivere sul blog dopo lunga assenza, perché improvvisamente, dopo più di 40 anni di residenza a Trieste, mi sono accorta di quante particolarità uniche abbia questa città. Meglio tardi..che mai.
Vorrei fare un excursus su tali prerogative, anche se ovviamente ogni città, come ogni individuo, ha le sue caratteristiche particolari e irripetibili.
Trattasi di un terreno scivoloso, vorrei premettere che non essendo autoctona, mi sfuggiranno molte cose, forse, anzi sicuramente, sarò imprecisa, per cui se qualche triestino mi leggerà è invitato caldamente ad apporre note e correzioni.
Una ulteriore premessa al discorso riguarda la mia situazione di "non appartenenza". Può essere un vantaggio o uno svantaggio. Figlia di un marchigiano e una toscana, nata a Vercelli e trapiantata qui, si potrebbe pensare che non ho radici, non ho un dialetto in cui riconoscermi, e sono quindi svincolata e scettica di fronte a tradizioni e orgoglio locale. Un po' è vero, soprattutto sono allergica ai campanilismi, però guardando da altra prospettiva si può dire che ho una cultura multi-regionale e mi riconosco in molte radici...Apprezzo la parlata toscana, e amo ricordare le espressioni in gergo di mia mamma e di mia nonna. Sento "mie" molte tradizioni piemontesi, che sono legate alla mia infanzia e adolescenza, ho i caratteri psicosomatici marchigiani, e infine amo molto questa città dove vivo, che mi ha accolto con grande ospitalità.
Da dove cominciare? Potrei fare un elenco in ordine alfabetico, oppure, ed è ciò che farò, man mano che mi capita una chicca a portata di mano la affronterò.
Oggi parlerò del mitico stabilimento balneare "La lanterna" ovvero, come lo chiamano qui, il bagno "Pedocin".
Lo spunto mi nasce da questo articolo comparso pochi giorni fa sul giornale locale, che riguarda la protesta degli abitué dello stabilimento per la ventilata chiusura invernale dello stesso.
Già pare strano che ci sia ancora in pieno centro città uno stabilimento balneare funzionante, a questo aggiungiamo poi la stranezza di essere unico in europa (o forse al mondo) con settori divisi da un alto muro di 3 metri che separa la zona uomini da zona donne. Infine oggi apprendo che è aperto anche d'inverno e come è noto, qui la temperatura invernale non è certo caraibica.
A cosa è dovuta questa unicità tipicamente triestina? Sicuramente alle sue eccezionali frequentatrici: le "babe" (signore) triestine, in questo caso la sottospecie di baba "sariandola" ossia lucertola, per la sua irresistibile propensione a stare al sole, estate e inverno, con la bora o col solleone, fino ad assumere un colore cuoio scuro ed una consistenza della pelle molto simile al rettile da cui prende il nome.
Le babe sariandole, che qualche anno fa' non esitarono a scendere in piazza dell'Unità, in costume da bagno per difendere la permanenza di questa istituzione, tanto più gradita in quanto anche molto economica (l'entrata giornaliera costa infatti solo 1 euro), sono le più accanite sostenitrici di questa divisione dei sessi, "Cussì stemo en pase, senza òmini". Ma anche per prendere il sole integralmente, al riparo da occhiate indiscrete.
Ricordo che ai tempi del lavoro, quando finalmente potevo prepararmi a tornare a casa, dove l'altra metà della faticosa giornata mi attendeva con le faccende domestiche in sospeso, spesso nello spogliatoio incontravo qualche signora, anch'essa in procinto di lasciare il lavoro, ma con la borsa da mare già pronta e il costume già indossato, che annunciava: " Mi vado al bagno, qualcun vien con mi?"
"Al bagno" precisazione indispensabile, non vuol dire quello che nel resto d'italia si intende, cioè vado "IN" bagno, bensì vado a prendere i bagni di sole o di acqua marina. Eh beate loro, le babe, pensavo tra me, magari quando sarò in pensione, farò anch'io così.
Invece, benché in pensione non posso, principalmente non posso perché ho un coniuge e sono abituata a condividere tutto con lui. Certo non si muore se un giorno si sta divisi, uno di qua e l'altra di là dal muro, e poi ci si può incontrare in acqua. Ma che volete, dopo quasi 40 anni di convivenza non siamo più capaci di divertirci separatamente. Così a meno che il mio maritino non cali di statura fin sotto il metro (forse), o appaia inferiore ai 12 anni di età (difficile) non potrà accedere con me al settore donne. Né io del resto, a meno che non faccia qualche operazione a Casablanca, non potrò godere della sua compagnia nel settore "uomini". Questa è la zona poi a quanto pare molto meno affollata e quindi sicuramente più appetibile, nei giorni di canicola.
Non avremo la gioia e il privilegio di visitare questo luogo reminiscenza diretta dell'Austria teresiana. Pazienza! Ci consoleremo con il tour virtuale del "bagno" in uno dei link che elenco qui, o qui a favore anche di chi vuole approfondire.
Vorrei fare un excursus su tali prerogative, anche se ovviamente ogni città, come ogni individuo, ha le sue caratteristiche particolari e irripetibili.
Trattasi di un terreno scivoloso, vorrei premettere che non essendo autoctona, mi sfuggiranno molte cose, forse, anzi sicuramente, sarò imprecisa, per cui se qualche triestino mi leggerà è invitato caldamente ad apporre note e correzioni.
Una ulteriore premessa al discorso riguarda la mia situazione di "non appartenenza". Può essere un vantaggio o uno svantaggio. Figlia di un marchigiano e una toscana, nata a Vercelli e trapiantata qui, si potrebbe pensare che non ho radici, non ho un dialetto in cui riconoscermi, e sono quindi svincolata e scettica di fronte a tradizioni e orgoglio locale. Un po' è vero, soprattutto sono allergica ai campanilismi, però guardando da altra prospettiva si può dire che ho una cultura multi-regionale e mi riconosco in molte radici...Apprezzo la parlata toscana, e amo ricordare le espressioni in gergo di mia mamma e di mia nonna. Sento "mie" molte tradizioni piemontesi, che sono legate alla mia infanzia e adolescenza, ho i caratteri psicosomatici marchigiani, e infine amo molto questa città dove vivo, che mi ha accolto con grande ospitalità.
Da dove cominciare? Potrei fare un elenco in ordine alfabetico, oppure, ed è ciò che farò, man mano che mi capita una chicca a portata di mano la affronterò.
Oggi parlerò del mitico stabilimento balneare "La lanterna" ovvero, come lo chiamano qui, il bagno "Pedocin".
Lo spunto mi nasce da questo articolo comparso pochi giorni fa sul giornale locale, che riguarda la protesta degli abitué dello stabilimento per la ventilata chiusura invernale dello stesso.
Già pare strano che ci sia ancora in pieno centro città uno stabilimento balneare funzionante, a questo aggiungiamo poi la stranezza di essere unico in europa (o forse al mondo) con settori divisi da un alto muro di 3 metri che separa la zona uomini da zona donne. Infine oggi apprendo che è aperto anche d'inverno e come è noto, qui la temperatura invernale non è certo caraibica.
A cosa è dovuta questa unicità tipicamente triestina? Sicuramente alle sue eccezionali frequentatrici: le "babe" (signore) triestine, in questo caso la sottospecie di baba "sariandola" ossia lucertola, per la sua irresistibile propensione a stare al sole, estate e inverno, con la bora o col solleone, fino ad assumere un colore cuoio scuro ed una consistenza della pelle molto simile al rettile da cui prende il nome.
Le babe sariandole, che qualche anno fa' non esitarono a scendere in piazza dell'Unità, in costume da bagno per difendere la permanenza di questa istituzione, tanto più gradita in quanto anche molto economica (l'entrata giornaliera costa infatti solo 1 euro), sono le più accanite sostenitrici di questa divisione dei sessi, "Cussì stemo en pase, senza òmini". Ma anche per prendere il sole integralmente, al riparo da occhiate indiscrete.
Ricordo che ai tempi del lavoro, quando finalmente potevo prepararmi a tornare a casa, dove l'altra metà della faticosa giornata mi attendeva con le faccende domestiche in sospeso, spesso nello spogliatoio incontravo qualche signora, anch'essa in procinto di lasciare il lavoro, ma con la borsa da mare già pronta e il costume già indossato, che annunciava: " Mi vado al bagno, qualcun vien con mi?"
"Al bagno" precisazione indispensabile, non vuol dire quello che nel resto d'italia si intende, cioè vado "IN" bagno, bensì vado a prendere i bagni di sole o di acqua marina. Eh beate loro, le babe, pensavo tra me, magari quando sarò in pensione, farò anch'io così.
Invece, benché in pensione non posso, principalmente non posso perché ho un coniuge e sono abituata a condividere tutto con lui. Certo non si muore se un giorno si sta divisi, uno di qua e l'altra di là dal muro, e poi ci si può incontrare in acqua. Ma che volete, dopo quasi 40 anni di convivenza non siamo più capaci di divertirci separatamente. Così a meno che il mio maritino non cali di statura fin sotto il metro (forse), o appaia inferiore ai 12 anni di età (difficile) non potrà accedere con me al settore donne. Né io del resto, a meno che non faccia qualche operazione a Casablanca, non potrò godere della sua compagnia nel settore "uomini". Questa è la zona poi a quanto pare molto meno affollata e quindi sicuramente più appetibile, nei giorni di canicola.
Non avremo la gioia e il privilegio di visitare questo luogo reminiscenza diretta dell'Austria teresiana. Pazienza! Ci consoleremo con il tour virtuale del "bagno" in uno dei link che elenco qui, o qui a favore anche di chi vuole approfondire.
sabato 5 maggio 2012
Dialogando del meno.
Dialogo e dialetto hanno la stessa radice dal greco διαλέγομαι (dialegomai cioè conversare).
Nella autorevole enciclopedia Treccani alla voce dialetto trovo la seguente definizione: Sistema linguistico di ambito culturale e geografico limitato che non ha raggiunto, o ha perduto, autonomia e prestigio di fronte a un altro sistema divenuto dominante e riconosciuto come ufficiale.
Cercando su altra fonte, ad esempio vocabolario di italiano Garzanti ho quest'altra spiegazione:
Parlata propria di una determinata area geografica, a cui si contrappone la lingua ufficiale o nazionale.
Più stringata la seconda definizione, ma il succo è quello, e queste sono due ottime ragioni per ritenere assurda la recente misura del consiglio provinciale di Gorizia di fare assurgere i dialetti "bisiàco" e "gradese" al grado di idiomi storici e quindi meritevoli di ufficialità. Tale ufficialità si concretizzerà quanto prima, come si legge nella cronaca locale, nella traduzione dei cartelli stradali con le denominazioni in "lingua" dei paesi e città del luogo.
Sarà veramente interessante scoprire come e se ci sarà anche un evoluzione del cartello man mano che la strada si avvicina ad una o l'altra cittadina ove l'idioma cambia. Per esempio se a Monfalcone leggerò sull'indicazione per la nota località balneare di Grado la dicitura "GRAVO", a pochi km dalla suddetta, variando l'idioma da bisiaco in gradese, potrò leggere GRAO.
Saranno cavoli del turista austriaco procurarsi i vocabolarietti con le traduzioni all'uopo.
Sono sconcertata da queste scelte, lasciando perdere le ragioni economiche di una tale misura in tempi di crisi, non certo urgente, poi anche per l'economia, perché sapere che invece di una pista ciclabile o un miglioramento dei servizi, si spendono le misere risorse (magari derivanti dall'IMU) per dei cartelli "bilingui", mi indigna.
Ritorno su questo argomento che ho già affrontato parecchi anni fa nei vecchi post1 e post2 , perché le giunte cambiano, così pure i colori politici, ma resta la stessa non cultura di fare sottocultura con la demagogia inutile e becera.
Nell'articolo de "Il Piccolo" da cui ho tratto la ferale notizia, si dice anche: "mal di pancia dei sostenitori del friulano e sloveno (le altre lingue minoritarie già riconosciute, nota mia) per le risorse che verranno loro sottratte". Bella l'affermazione di un consigliere che alle perplessità sollevate da altri colleghi così si è espresso: "Non si sogni la regione di impugnare la delibera, cos'ha in più il friulano rispetto al bisiàco?" Verissimo e sacrosanto, e aggiungo anche, rispetto ad altri dialetti e idiomi parlati in Friuli: triestino, udinese, istro-veneto e koiné giuliana? Così pure se ci allarghiamo alle altre regioni italiane, insomma una giungla di linguaggi dalle mille sfumature. A questo punto il "dialogo", a dispetto della sua radice etimologica, tra corregionali e vicini di casa diventa difficile se non impossibile.
Ma tu, mi si dirà, come già mi è stato detto, sei contraria ai dialetti e a preservare una tradizione linguistica e letteraria. Ma no, rispondo, assolutamente no! E ribadisco non sono contraria alla diffusione del dialetto in associazioni culturali, poesie in vernacolo, commedie dialettali, e neppure a scuola, se non si ha la pretesa di metterlo come insegnamento obbligatorio, come ho appreso qualche giorno fa. Ma sono contrarissima all'interprete friulo-italico assunto nei comuni per fare da traduttore simultaneo nella pubblica amministrazione, e alle delibere e ai bandi tradotti, oppure alla non so se ridicola o patetica "Recita della Santa Messa in friulano", a meno che non la si viva in chiave folcloristica.
Lo sciovinista "frìulo" che mi leggesse, sicuramente potrebbe rimbrottarmi, mi direbbe che il Friulano è una vera e propria lingua, come dimostrato...da che? Eccoci al punto infatti, da che e che cosa? Da qualche linguista e filologo friulanista che ha cercato di raccogliere e organizzare regole di grammatica e fonetica, e di dimostrare che esiste una base socio storico culturale per definire lingua questo dialetto. Ma io contesto che se una lingua non è sufficientemente diffusa e parlata e scritta correntemente in un territorio geograficamente e politicamente definito, non si può chiamare tale. Proprio a difesa di questa mia tesi prendo l'esempio dello sloveno. Questa lingua minoritaria, che ai tempi della ex-yugoslavia stava perdendo ufficialità a scapito della lingua serba parlata nella capitale Beograd, quando la slovenia ha ottenuto l'indipendenza è tornata la lingua ufficiale di Lubiana e dello stato Slovenia.
Si può argomentare quanto si vuole, ma fino a che Friuli, Monfalcone e bisiacheria non saranno stati liberi e indipendenti, ma rimangono ITALIA, piaccia o meno, la lingua unica è e resterà solo l'italiano.
Nella autorevole enciclopedia Treccani alla voce dialetto trovo la seguente definizione: Sistema linguistico di ambito culturale e geografico limitato che non ha raggiunto, o ha perduto, autonomia e prestigio di fronte a un altro sistema divenuto dominante e riconosciuto come ufficiale.
Cercando su altra fonte, ad esempio vocabolario di italiano Garzanti ho quest'altra spiegazione:
Parlata propria di una determinata area geografica, a cui si contrappone la lingua ufficiale o nazionale.
Più stringata la seconda definizione, ma il succo è quello, e queste sono due ottime ragioni per ritenere assurda la recente misura del consiglio provinciale di Gorizia di fare assurgere i dialetti "bisiàco" e "gradese" al grado di idiomi storici e quindi meritevoli di ufficialità. Tale ufficialità si concretizzerà quanto prima, come si legge nella cronaca locale, nella traduzione dei cartelli stradali con le denominazioni in "lingua" dei paesi e città del luogo.
Sarà veramente interessante scoprire come e se ci sarà anche un evoluzione del cartello man mano che la strada si avvicina ad una o l'altra cittadina ove l'idioma cambia. Per esempio se a Monfalcone leggerò sull'indicazione per la nota località balneare di Grado la dicitura "GRAVO", a pochi km dalla suddetta, variando l'idioma da bisiaco in gradese, potrò leggere GRAO.
Saranno cavoli del turista austriaco procurarsi i vocabolarietti con le traduzioni all'uopo.
Sono sconcertata da queste scelte, lasciando perdere le ragioni economiche di una tale misura in tempi di crisi, non certo urgente, poi anche per l'economia, perché sapere che invece di una pista ciclabile o un miglioramento dei servizi, si spendono le misere risorse (magari derivanti dall'IMU) per dei cartelli "bilingui", mi indigna.
Ritorno su questo argomento che ho già affrontato parecchi anni fa nei vecchi post1 e post2 , perché le giunte cambiano, così pure i colori politici, ma resta la stessa non cultura di fare sottocultura con la demagogia inutile e becera.
Nell'articolo de "Il Piccolo" da cui ho tratto la ferale notizia, si dice anche: "mal di pancia dei sostenitori del friulano e sloveno (le altre lingue minoritarie già riconosciute, nota mia) per le risorse che verranno loro sottratte". Bella l'affermazione di un consigliere che alle perplessità sollevate da altri colleghi così si è espresso: "Non si sogni la regione di impugnare la delibera, cos'ha in più il friulano rispetto al bisiàco?" Verissimo e sacrosanto, e aggiungo anche, rispetto ad altri dialetti e idiomi parlati in Friuli: triestino, udinese, istro-veneto e koiné giuliana? Così pure se ci allarghiamo alle altre regioni italiane, insomma una giungla di linguaggi dalle mille sfumature. A questo punto il "dialogo", a dispetto della sua radice etimologica, tra corregionali e vicini di casa diventa difficile se non impossibile.
Ma tu, mi si dirà, come già mi è stato detto, sei contraria ai dialetti e a preservare una tradizione linguistica e letteraria. Ma no, rispondo, assolutamente no! E ribadisco non sono contraria alla diffusione del dialetto in associazioni culturali, poesie in vernacolo, commedie dialettali, e neppure a scuola, se non si ha la pretesa di metterlo come insegnamento obbligatorio, come ho appreso qualche giorno fa. Ma sono contrarissima all'interprete friulo-italico assunto nei comuni per fare da traduttore simultaneo nella pubblica amministrazione, e alle delibere e ai bandi tradotti, oppure alla non so se ridicola o patetica "Recita della Santa Messa in friulano", a meno che non la si viva in chiave folcloristica.
Lo sciovinista "frìulo" che mi leggesse, sicuramente potrebbe rimbrottarmi, mi direbbe che il Friulano è una vera e propria lingua, come dimostrato...da che? Eccoci al punto infatti, da che e che cosa? Da qualche linguista e filologo friulanista che ha cercato di raccogliere e organizzare regole di grammatica e fonetica, e di dimostrare che esiste una base socio storico culturale per definire lingua questo dialetto. Ma io contesto che se una lingua non è sufficientemente diffusa e parlata e scritta correntemente in un territorio geograficamente e politicamente definito, non si può chiamare tale. Proprio a difesa di questa mia tesi prendo l'esempio dello sloveno. Questa lingua minoritaria, che ai tempi della ex-yugoslavia stava perdendo ufficialità a scapito della lingua serba parlata nella capitale Beograd, quando la slovenia ha ottenuto l'indipendenza è tornata la lingua ufficiale di Lubiana e dello stato Slovenia.
Si può argomentare quanto si vuole, ma fino a che Friuli, Monfalcone e bisiacheria non saranno stati liberi e indipendenti, ma rimangono ITALIA, piaccia o meno, la lingua unica è e resterà solo l'italiano.
sabato 17 marzo 2012
Siamo uomini o..marziani?
Vabbè multietnico, uso un parolone un tantino esagerato , ma il concetto è quello. La mattina abbiamo avuto a che fare con i tre fratelli kosovari che ci mettono a posto il giardino, poi abbiamo pranzato nella trattoria di Basovizza, dove il padrone croato ci ha intrattenuto raccontandoci gli usi e costumi dei suoi parenti di Slavonia, intanto che si degustava vino friulano. Infine abbiamo bevuto un caffè col nostro vicino di casa della minoranza di lingua slovena. Caffè fornitoci peraltro dall'altro vicino di casa di origine istriana, che ha una piccola torrefazione, mini (o micro o nano) concorrente di Illy, ma altrettanto buono.
Cose di cui meravigliarsi se si pensa che queste genti poco più di 15 anni fa' si combattevano, e ancora di più se guardiamo alla foiba poco lontano da qui.
Nel vivere quotidiano le differenze, se poi davvero esistono, si azzerano. Ricordo l'aneddoto raccontatomi da un mio amico dal nome che più ebreo non si può, che da giovincello si trovò in campeggio con un ragazzo palestinese. Non conoscevano le relative origini, e come spesso succede tra giovani in vacanza, fraternizzarono subito. Tra chiacchiere e divertimento, la simpatia fu tale che decisero di mantenersi in contatto anche dopo le vacanze..e come è d'uso si chiesero nomi e indirizzi. Impallidirono entrambi nello scoprire che uno era Mohamed e l'altro Samuel. Ma dopo un attimo di smarrimento scoppiarono a ridere e conclusero che se le decisioni per il medio-oriente le avessero dovute prendere loro le cose si sarebbero risolte prima, e meglio.
Penso che neppure il più duro e puro padano avrebbe da ridire se si trovasse a conversare con un vicino affabile e cortese, di qualsivoglia etnia. Non riesco a comprendere il rifiuto a priori di una persona, motivata solo dal fatto che proviene da un altro paese. E che dire poi di quelli che qui sono nati e magari parlano italiano o dialetto locale, meglio di noi, e si vedono rifiutare la nazionalità in quanto figli di extracomunitari?
Grazie alle frequentazioni internazionali di mia figlia ho avuto l'esperienza di parlare con persone nate e vissute in paesi molto diversi e lontani dall'Italia, come l'India o il Giappone, e vergognandomi un po', ho realizzato quanto fossero uguali i loro pensieri, paure, speranze alle nostre. Come è ovvio, infatti non sono marziani, non so proprio cosa potessi aspettarmi. Semmai qualcosa li diversifica da noi è a volte una maggiore apertura al nuovo e voglia di conoscere "l'altro".
Oggi l'oste croato (nell'accezione latina del termine) che ci ospitava cioè nella sua trattoria, ad un certo punto parlando di certe abitudini americane in contrapposizione alle nostre, ha detto, sorprendendomi "Noi europei...".
Certo, noi europei, in questo pezzo di globo relativamente piccolo, siamo un popolo con molte cose in comune. E poco tempo fa, una giovane gentile signora toscana, vedendomi in difficoltà nel fare le scale, mi ha offerto il braccio dicendo: "Si lasci aiutare, ovvia, siamo esseri umani!"
Ecco queste stille di buonsenso popolare hanno parecchio da insegnare nella loro lampante semplicità.
martedì 13 marzo 2012
Tu da che parte stai?
Vi ricordate lo spettacolo di Celentano RockPolitik , dove il cantante divideva il mondo in rock e lento?
Con tutta l'ammirazione che ho per Celentano, mio idolo dei 20 anni, penso che fare politica non è il suo forte.
Molto meglio quando canta. Non perché non rispetti le sue idee, ma perché detesto i cantanti che fanno predicozzi politici, così come detesto i politici che cantano...se poi come alcune nostre vecchie conoscenze del passato governo fanno tutte e due le cose....allora son dolori.
Comunque, quella teoria del dividere il mondo (politico e non) in due settori ben precisi, è una cosa che assolutamente non condivido. Invece ogni piè sospinto mi trovo a dovere incasellare una cosa come destrorsa o sinistrorsa, della serie: l'universo è destrogiro o levogiro?
Ci sarebbe da cominciare un lungo discorso su cos'è la politica e cosa sono la destra e la sinistra, non mi ci addentro. Dirò solo che ogni parte o partito politico ha un suo programma e degli ideali a cui ispirarsi (o almeno così dovrebbe). E la nostra appartenenza dovrebbe tenere conto di questi punti programmatici dei partiti. Oggi invece noto nella gente una confusione totale.
Forse non solo oggi, anche ieri era così, ora però, proprio a causa di una certa perdita dei valori delle parti politiche, la tendenza a miscelare privato e pubblico, idee e ideali, gusti personali e idee politiche, si è molto dilatata.
Se ieri (intendo ai tempi della mia gioventù) era di sinistra andare in giro coi capelli lunghi e l'eschimo, almeno però non si aveva la pretesa di riconoscere la fazione di una persona dal tipo di risotto che preferisce, o schedarla se consulta Wikipedia oppure ha la cattiva abitudine di piratare su internet.
Un po' esagerato, ma ci stiamo quasi arrivando. Avendo io alcune idee "progressiste" ad esempio su OGM, staminali, nucleare e viabilità, sono spesso tacciata di essere fascista, o peggio "leghista" perfino dal mio coniuge. Ma scusate tanto, perché l'essere di sinistra deve sempre e solo abbinarsi all'oscurantismo retrivo anti-progresso?
Oppure c'è qualche motivo serio che impedisca ad uno di destra di essere favorevole alla medicina alternativa, partecipare al Gay Pride o fumarsi una canna?
So che nel programma dei partiti di sinistra c'è un impegno contro l'energia nucleare. So pure che gli ambientalisti costituiscono una linea politica tendente più a sinistra. Tuttavia mi rifiuto di assorbire un'idea politica in blocco, senza un minimo di criticità, mandando all'ammasso il mio cervello.
Bisogna superare la "mistica" del "sinistra" è tutto ciò che è "verde" e naturale, come l'omeopatia o il parto in casa. La scienza non ha colore politico. Ci sono esperimenti, statistiche, prove, studi, e pubblicazioni, che mi informano e mi rendono conto di ciò che è avanzato, dimostrabile, attendibile. Su questo mi potrò fare un 'idea, e sarà mia, personale e apolitica.
Poi l'uso che si farà delle tecnologie scaturite dalla scienza potrà essere influenzato dalle ragioni ideologiche o economiche o sociali di una o dell'altra parte politica e su questo ci si potrà schierare.
Ma per favore non confondiamo l'acqua santa col vin santo!
Con tutta l'ammirazione che ho per Celentano, mio idolo dei 20 anni, penso che fare politica non è il suo forte.
Molto meglio quando canta. Non perché non rispetti le sue idee, ma perché detesto i cantanti che fanno predicozzi politici, così come detesto i politici che cantano...se poi come alcune nostre vecchie conoscenze del passato governo fanno tutte e due le cose....allora son dolori.
Comunque, quella teoria del dividere il mondo (politico e non) in due settori ben precisi, è una cosa che assolutamente non condivido. Invece ogni piè sospinto mi trovo a dovere incasellare una cosa come destrorsa o sinistrorsa, della serie: l'universo è destrogiro o levogiro?
Ci sarebbe da cominciare un lungo discorso su cos'è la politica e cosa sono la destra e la sinistra, non mi ci addentro. Dirò solo che ogni parte o partito politico ha un suo programma e degli ideali a cui ispirarsi (o almeno così dovrebbe). E la nostra appartenenza dovrebbe tenere conto di questi punti programmatici dei partiti. Oggi invece noto nella gente una confusione totale.
Forse non solo oggi, anche ieri era così, ora però, proprio a causa di una certa perdita dei valori delle parti politiche, la tendenza a miscelare privato e pubblico, idee e ideali, gusti personali e idee politiche, si è molto dilatata.
Se ieri (intendo ai tempi della mia gioventù) era di sinistra andare in giro coi capelli lunghi e l'eschimo, almeno però non si aveva la pretesa di riconoscere la fazione di una persona dal tipo di risotto che preferisce, o schedarla se consulta Wikipedia oppure ha la cattiva abitudine di piratare su internet.
Un po' esagerato, ma ci stiamo quasi arrivando. Avendo io alcune idee "progressiste" ad esempio su OGM, staminali, nucleare e viabilità, sono spesso tacciata di essere fascista, o peggio "leghista" perfino dal mio coniuge. Ma scusate tanto, perché l'essere di sinistra deve sempre e solo abbinarsi all'oscurantismo retrivo anti-progresso?
Oppure c'è qualche motivo serio che impedisca ad uno di destra di essere favorevole alla medicina alternativa, partecipare al Gay Pride o fumarsi una canna?
So che nel programma dei partiti di sinistra c'è un impegno contro l'energia nucleare. So pure che gli ambientalisti costituiscono una linea politica tendente più a sinistra. Tuttavia mi rifiuto di assorbire un'idea politica in blocco, senza un minimo di criticità, mandando all'ammasso il mio cervello.
Bisogna superare la "mistica" del "sinistra" è tutto ciò che è "verde" e naturale, come l'omeopatia o il parto in casa. La scienza non ha colore politico. Ci sono esperimenti, statistiche, prove, studi, e pubblicazioni, che mi informano e mi rendono conto di ciò che è avanzato, dimostrabile, attendibile. Su questo mi potrò fare un 'idea, e sarà mia, personale e apolitica.
Poi l'uso che si farà delle tecnologie scaturite dalla scienza potrà essere influenzato dalle ragioni ideologiche o economiche o sociali di una o dell'altra parte politica e su questo ci si potrà schierare.
Ma per favore non confondiamo l'acqua santa col vin santo!
domenica 26 febbraio 2012
C'è del marcio in quel lento-soccorso.
Prendo spunto dalle immagini viste in TV del pronto soccorso al San Camillo di Roma. Roba degna di Guantanamo. Carcere duro con torture. Pazienti in attesa per giorni sulle barelle nei corridoi, tutti col pannolone, per evitare sovraccarico di assistenza e incidenti, privacy zero, dignità sotto i tacchi. Sono persone, e tra l'altro nemmeno colpevoli di alcunché per meritare queste punizioni.
"Foto false" sentenzia il direttore generale dell'ospedale. Sarà, ma io che purtroppo ho avuto l'esperienza di un buon numero di visite al pronto soccorso della mia città, tra l'altro privilegiata dal punto di vista sanitario, so che le attese anche di 7-8 ore, quando si sta male, sono già una tortura di per se.
Le cause di questo disservizio, che ha l'apice nella sanità della capitale sono molteplici. Cattivo utilizzo di un reparto che dovrebbe essere solo di emergenza, mancanza di interventi e filtri da parte dei medici di base, cattiva e in certi casi pessima organizzazione del reparto. Altro che "ER"!!
A volte gli operatori sono vittime essi stessi di tutte queste carenze. A volte esasperati o ricoperti dalla dura scorza che viene a chi deve avere a che fare ogni giorno con sofferenze e miserie, diventano aguzzini.
Mi chiedo perché un paese civile debba ridursi così. E' troppo facile demagogia dire che basterebbe rinunciare a qualche piccola spesa militare per finanziare meglio questo cruciale settore?
Io che nella sanità ho lavorato, vorrei raccontare un aneddoto significativo. Ad un convegno di aggiornamento per laboratoristi, categoria di cui facevo parte, un mio collega laziale, mi chiese quanto facevo pagare un certo tipo di analisi. Risposi che non sapevo, che dal mio ente veniva applicata la tariffa regionale prevista per quel tipo di indagine. "Non hai capito-replica lui- intendevo quanto lo fai pagare in regime privato"
Rispondo che io non lavoro "in privato", sono dipendente pubblica, e lavorare privatamente non è compatibile. "Ah no?" Meravigliato il mio interlocutore, mi riferisce che ufficialmente nemmeno lui potrebbe lavorare in privato, ma lo fa', fuori e dentro la struttura sanitaria dalla quale è già pagato a tempo pieno. Tanto chi vuoi che se ne accorga?
Basta allungare un po' le liste di attesa per quel tipo di esame, se un paziente ha fretta allora paghi, e avrà risposte a tempo di record.
Ecco qui un altra cancrena, di cui non si da bene quale sia la putrida estensione, da risanare della mala-sanità.
"Foto false" sentenzia il direttore generale dell'ospedale. Sarà, ma io che purtroppo ho avuto l'esperienza di un buon numero di visite al pronto soccorso della mia città, tra l'altro privilegiata dal punto di vista sanitario, so che le attese anche di 7-8 ore, quando si sta male, sono già una tortura di per se.
Le cause di questo disservizio, che ha l'apice nella sanità della capitale sono molteplici. Cattivo utilizzo di un reparto che dovrebbe essere solo di emergenza, mancanza di interventi e filtri da parte dei medici di base, cattiva e in certi casi pessima organizzazione del reparto. Altro che "ER"!!
A volte gli operatori sono vittime essi stessi di tutte queste carenze. A volte esasperati o ricoperti dalla dura scorza che viene a chi deve avere a che fare ogni giorno con sofferenze e miserie, diventano aguzzini.
Mi chiedo perché un paese civile debba ridursi così. E' troppo facile demagogia dire che basterebbe rinunciare a qualche piccola spesa militare per finanziare meglio questo cruciale settore?
Io che nella sanità ho lavorato, vorrei raccontare un aneddoto significativo. Ad un convegno di aggiornamento per laboratoristi, categoria di cui facevo parte, un mio collega laziale, mi chiese quanto facevo pagare un certo tipo di analisi. Risposi che non sapevo, che dal mio ente veniva applicata la tariffa regionale prevista per quel tipo di indagine. "Non hai capito-replica lui- intendevo quanto lo fai pagare in regime privato"
Rispondo che io non lavoro "in privato", sono dipendente pubblica, e lavorare privatamente non è compatibile. "Ah no?" Meravigliato il mio interlocutore, mi riferisce che ufficialmente nemmeno lui potrebbe lavorare in privato, ma lo fa', fuori e dentro la struttura sanitaria dalla quale è già pagato a tempo pieno. Tanto chi vuoi che se ne accorga?
Basta allungare un po' le liste di attesa per quel tipo di esame, se un paziente ha fretta allora paghi, e avrà risposte a tempo di record.
Ecco qui un altra cancrena, di cui non si da bene quale sia la putrida estensione, da risanare della mala-sanità.
giovedì 26 gennaio 2012
Mea culpa?
Guardo sempre la trasmissione di Augias su RAI3, una delle poche rubriche di qualità rimaste alla RAI dopo le falcidie berlusconiane. Pur essendo sempre puntuale e preciso nelle sue sue critiche al (passato?) governo, Augias è stato risparmiato, non so perché, forse in virtù dei suoi modi garbati e signorili, o perché in fascia oraria particolare (12,30-13), magari non seguita dall'ex premier e suoi scagnozzi.
Non sto a raccontare della trasmissione in sé, se potete guardatela, oppure rivedetela in altro orario su RAI-replay.
Ciò di cui vado a parlare è la riflessione a cui mi ha indotto la visione di questo programma. Quasi sempre sono presenti in studio degli studenti delle superiori accompagnati da un loro insegnante, provenienti di volta in volta da città diverse. Si tratta quindi di ragazzi dai15 ai 19 anni circa. Nel corso di ogni puntata viene intervistato un personaggio, politico, di cultura o di spicco, prendendo si solito spunto dal libro che tale personaggio ha scritto, e che da l'argomento del giorno. I ragazzi presenti sono invitati a intervenire con domande all'autore. Quasi sempre almeno 3 studenti intervengono nell'ambito della trasmissione. Proprio sulla base di questi interventi mi sono convinta che i giovani d'oggi siano molto più maturi e consapevoli dell'attualità, di quanto non fossi io, o mio marito (che ha confermato) o di quei miei compagni di liceo all'epoca, in base ai miei ricordi. Le domande fatte dai ragazzi sono spesso pertinenti, ben formulate, vanno al cuore del problema, denotano una certa maturità. Come mai? Sicuramente oggi i "media" in generale, e internet in particolare, informano meglio la gioventù. Poi anche la denigrata scuola c'entra, magari sono ben "imboccati" dai loro professori. Non ho modo di sentirne il polso in prima persona, ma forse non è poi così male come la si dipinge.
La mia generazione usciva da un periodo disastroso e da una guerra scellerata e probabilmente i nostri genitori volevano solo dimenticare e ci hanno tenuto il più possibile lontani dalla cosa pubblica. Errore comprensibile ma non perdonabile. Mi rendo conto di quanto a 18 anni io fossi inconsapevole dei grandi avvenimenti mondiali che mi circondavano. Subito dopo, è vero, è esploso il '68, a prova che anche allora c'erano giovani consapevoli e impegnati anche a lottare. E anche alcune bambocce come me hanno cominciato a guardare con occhi diversi la realtà. La stragrande maggioranza del mio entourage, ha cominciato a risvegliarsi pigramente dopo la maggiore età (che al tempo era stabilita a 21 anni!).
Forse sarà colpa di questa mia generazione se manca una coscienza civica, se consideriamo lo stato qualcosa di astratto "fuori" da noi, se il qualunquismo si erge a partito o bandiera (vedi Grillo).
Mi auguro che quei giovani che intervengono da Augias non siano un'eccezione. Mi auguro che i giovani indignati e quelli che manifestano nelle piazze abbiano la capacità di indignarsi davvero, di ritrovare un senso di partecipazione e solidarietà, una ragione per aderire a dei principi etici, e formarsi cosi un futuro migliore.
Non sto a raccontare della trasmissione in sé, se potete guardatela, oppure rivedetela in altro orario su RAI-replay.
Ciò di cui vado a parlare è la riflessione a cui mi ha indotto la visione di questo programma. Quasi sempre sono presenti in studio degli studenti delle superiori accompagnati da un loro insegnante, provenienti di volta in volta da città diverse. Si tratta quindi di ragazzi dai15 ai 19 anni circa. Nel corso di ogni puntata viene intervistato un personaggio, politico, di cultura o di spicco, prendendo si solito spunto dal libro che tale personaggio ha scritto, e che da l'argomento del giorno. I ragazzi presenti sono invitati a intervenire con domande all'autore. Quasi sempre almeno 3 studenti intervengono nell'ambito della trasmissione. Proprio sulla base di questi interventi mi sono convinta che i giovani d'oggi siano molto più maturi e consapevoli dell'attualità, di quanto non fossi io, o mio marito (che ha confermato) o di quei miei compagni di liceo all'epoca, in base ai miei ricordi. Le domande fatte dai ragazzi sono spesso pertinenti, ben formulate, vanno al cuore del problema, denotano una certa maturità. Come mai? Sicuramente oggi i "media" in generale, e internet in particolare, informano meglio la gioventù. Poi anche la denigrata scuola c'entra, magari sono ben "imboccati" dai loro professori. Non ho modo di sentirne il polso in prima persona, ma forse non è poi così male come la si dipinge.
La mia generazione usciva da un periodo disastroso e da una guerra scellerata e probabilmente i nostri genitori volevano solo dimenticare e ci hanno tenuto il più possibile lontani dalla cosa pubblica. Errore comprensibile ma non perdonabile. Mi rendo conto di quanto a 18 anni io fossi inconsapevole dei grandi avvenimenti mondiali che mi circondavano. Subito dopo, è vero, è esploso il '68, a prova che anche allora c'erano giovani consapevoli e impegnati anche a lottare. E anche alcune bambocce come me hanno cominciato a guardare con occhi diversi la realtà. La stragrande maggioranza del mio entourage, ha cominciato a risvegliarsi pigramente dopo la maggiore età (che al tempo era stabilita a 21 anni!).
Forse sarà colpa di questa mia generazione se manca una coscienza civica, se consideriamo lo stato qualcosa di astratto "fuori" da noi, se il qualunquismo si erge a partito o bandiera (vedi Grillo).
Mi auguro che quei giovani che intervengono da Augias non siano un'eccezione. Mi auguro che i giovani indignati e quelli che manifestano nelle piazze abbiano la capacità di indignarsi davvero, di ritrovare un senso di partecipazione e solidarietà, una ragione per aderire a dei principi etici, e formarsi cosi un futuro migliore.
mercoledì 18 gennaio 2012
Due o tre cose che non amo di lui (Facebook).
Mi scappa proprio di dirle quali sono quelle cose che mi irritano di più di questo popolare social network.
Anzi, via, siamo corretti, cominciamo con gli aspetti positivi.
Fantastico potersi collegare, senza spese aggiuntive, con gli amici sparsi in tutto il mondo, a qualsiasi ora del giorno e della notte, scambiarsi foto e notizie, ritrovare vecchi compagni di scuola o parenti emigrati dall'altra parte del globo.
Bellissimo avere una porta aperta sul mondo e sulla socialità, anche quando per ragioni varie si può uscire poco.
Ineguagliabile la possibilità di distrarsi dai momenti di solitudine e malinconia, magari condividendo un sentimento con qualche amico che non si può avere a portata di mano. C'è il telefono, vero, ma spesso la persona che cerchiamo non è raggiungibile, oppure temiamo di disturbarla.
Invece tramite FB si vede chi c'è online, chi è disposto a chattare.
Ad esempio mi è capitato una notte a tarda ora (oltre mezzanotte) di ricevere lo sfogo di una "amica" di gioco, non conosciuta personalmente, ma affine per idee e cultura a me, e di fare un po' la parte del telefono amico.
Per me è stato gratificante darle la possibilità di parlare dei suoi problemi e spero che questo per lei abbia rappresentato un sollievo.
Ed ora invece il resto, quel che detesto.
Detesto soprattutto le foto dei bambini sofferenti, malati, o Down, non per loro ovviamente, ma per l'uso che se ne fa. Sotto la foto del bambino sofferente, c'è la scritta: Condividi sulla tua bacheca, se hai un cuore, oppure se hai il coraggio, ovvero se sei una persona perbene.
Ma che significa? Non certo un modo di sensibilizzare, le strategie per sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi e sulle necessità dei bambini con problemi di salute o diversità sono altre.
Ad esempio se ci fosse l'invito a partecipare ad un seminario che illustri come affrontare i problemi di questo tipo. Oppure una raccolta fondi. Oppure un'offerta per far parte di associazioni e volontariato per aiuti concreti. Ma così?? L'utente posta la foto, e la frasetta, per fare vedere ai suoi amici che è una persona "buona", si mette la coscienza a posto e passa subito a fare gli affari propri. Poi magari la sera in pizzeria , se vede un bambino Down lo evita. E se un amico ha il figlio in ospedale evita anche lui.
Poi ci sono le false notizie, di solito allarmistiche sul virus che gira in rete, o sulla possibilità che qualche hacker si impadronisca del tuo profilo per pubblicare sua tua bacheca foto hard.
Dilagano inoltre le foto di teneri cuccioli, gattini, bimbi paffuti, angioletti e putti, corredati da frasi fatte, motti e sentenze moraleggianti ed educative tipo: L'amicizia è il bene più prezioso, Non fare ad altri quello che non vuoi sia fatto a te, Un gesto di solidarietà è un dono ineguagliabile, etc etc.
Oppure si vedono tramonti struggenti, albe improbabili, fatine e fanciulle virginee, giovani coppie intente in casti baci e languide carezze, con frasi apparentemente tratte dal manuale del perfetto corteggiatore sfigato: Ti amo perché non posso averti! Non so strapparti dal cuore! Ti ho perdonato, ma non posso dimenticarti...(anche se ce la metto tutta!)
Che dire? Mi viene da chiedermi chi siano quei geni che creano questi album di figurine romantiche e sdolcinate. Non so se lo facciano per puro diletto o ci guadagnino qualcosa, spero per loro che l'ultima ipotesi sia quella vera.
Non mi scandalizzo se qualcuno vuole proprio mettere su FB gli affari suoi (amorosi o no), ma almeno lo faccia con parole sue. La tristezza mi deriva oltre che da questi copia-incolla privi di fantasia, anche dal constatare la pochezza linguistica dilagante, gli errori di ortografia e il frequente ricorso alle crasi giovanilistiche "nn, lol, u, ke, x " direttamente trasferite dal cellulare.
Neanche mi rileggerò, so già di avere fatto la parte della vecchia bisbetica, acida e brontolona, e non so se mi approverei.
martedì 3 gennaio 2012
Auspici anno nuovo.
Non sono una fanatica del capodanno. E' una ricorrenza che mi immalinconisce, mi ricorda che un altro anno se n'è andato, e mai più ritornerà. Tanto più ora che la senilità incombe.
Ma quest'anno contrariamente al solito mi sento ottimista. Sono decisamente fuori dal coro. Leggo anch'io i giornali, e le raffiche di tasse, aumenti, rincari e sacrifici non propendono all'ottimismo.Ma come insegnano i corsi e ricorsi storici, quando si tocca il fondo, si può solo risalire.
E secondo me, la risalita, estenuante e faticosa, è già ricominciata.
So già cosa mi direbbero molti: lo "spread" è ancora alto, pagano sempre gli stessi, non c'è stata nessuna equità, le misure per la crescita non si vedono. Coloro che imputano tutto ciò a Monti, dimenticano che dietro di lui c'è ancora lo stesso governo di prima. C'è uno che sotto sotto si oppone ad ogni iniziativa più equa (leggi patrimoniale, o accordi con la svizzera per far pagare chi detiene là ricchezze), e poi a gran voce, sui giornali, brontola contro queste tasse inique, che lui non avrebbe mai proposto. E spera così di riacquistare popolarità per le prossime elezioni.
Gli italiani gli crederanno ancora? Basterebbe pensare agli scandali, la corruzione, l'incapacità e l'arroganza dimostrata in questi ultimi anni da certi personaggi che ci hanno governato, per dire un NO grande come una casa. Purtroppo però, secondo il pensiero, espresso già nel 1967, dallo scienziato Adriano Buzzati Traversi, che ho recentemente riletto nel libro "Il biologo furioso" di C. A. Redi, gli italiani non sono intelligenti. Se l'intelligenza viene definita: " la capacità di analizzare e comprendere i fatti e gli eventi della nostra quotidiana esperienza e di trarre da tale comprensione le norme per il nostro comportamento singolo e collettivo..." allora non lo siamo proprio, ed a noi mal si addice pure il vecchio adagio : Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Ripeto però che voglio essere ottimista e fare miei gli auspici di Napolitano: l'Italia può farcela, e molto dipende da noi.
Ma per carità non auguriamoci "Forza Italia"!
domenica 13 novembre 2011
Non più lacrime e sangue, ma pianti a catinelle e salassi emorragici.
Era il 13 aprile 2008 e qualche giorno dopo scrivevo questo post preconizzatore di lacrime e sangue.
Avevo iniziato da poco il blog, con l'intento di parlare a ruota libera di tutto un po': dagli hobby di una pensionata confinata a casa sua sul carso, alle questioni linguistiche che mi hanno sempre appassionata, nonché di cinema e di letteratura.Invece ogni settimana successiva, e per molte settimane a seguire mi son lasciata prendere dalla furia di scrivere qualcosa contro Berlusconi. Un istinto primordiale e cieco, che mi ha fatto perfino tagliare i ponti con qualche mio parente e amico.
Voci amiche e benevole mi hanno educatamente e con tatto fatto capire che ero monotona, monocorde e soprattutto inutile, giacche penne più abili e celebri battevano ogni giorno lo stesso sentiero.
Ho quindi perso la verve, e trascurato il blog. Del resto che potevo fare?
Nel frattempo mi sono iscritta a Facebook dove un esercito di pomodori, popoli viola e nemici della casta, ogni ora aggiornano milioni di fans sulle malefatte del premier, ed io trovo sollievo ed una magra soddisfazione nel cliccare "Mi piace".
Ma nel cassetto avevo un sogno: chiudere ufficialmente il blog alla caduta del premier. Magari con un magniloquente pamphlet sulla sua mala-vita e le sue non-opere. Ma che bisogno c'è?
Ora l'imperatore è nudo al cospetto del popolo che liberamente prima lo osannava ed ora reputa che non valga nemmeno la pena di tirargli monetine, o un duomo in miniatura, financo uno sputacchio sarebbe saliva sprecata.
Dobbiamo tenerci tutto ben stretto, adesso arrivano davvero i mala tempora.
Nel film "Aprile" Nanni Moretti guardando Fede che annuncia la vincita di Berlusconi nel lontano 1994, si fuma una canna per disperazione.
In mancanza di canne oggi stappo un prosecco di Valdobbiadene DOC.
Il futuro sarà duro, incerto e in salita, ma volete mettere quant'è bello godersi l'attimo?
lunedì 3 ottobre 2011
Una scia non fa primavera.
Ieri mio marito è andato a fare un corso di orto-sinergico...non chiedetemi cos'è. Per l'appunto incuriosita avrei voluto parteciparvi anch'io, ma poi ho rinunciato e forse, alla luce di quanto poi lui mi ha riferito, ho fatto più che bene.
Al di la dell'orticultura, il coniuge mi ha raccontato delle chiacchiere con i suoi compagni di lezione, avvenute durante l'intervallo fra la lezione teorica e pratica, e mi ha chiesto se io avessi mai sentito parlare di "scie chimiche", argomento che pare avesse molto animato la conversazione. Ovviamente no, quindi ho subito "googleato" per scoprirne il significato...
Sorpresa! Si tratta addirittura secondo una certa teoria di un COMPLOTTO, operato da chi non è chiaro, e a quale fine nemmeno...ma molto molto allarmante.
Tante volte, ho guardato il cielo solcato da queste scie di condensazione lasciate da aerei, come moltissime altre persone avranno fatto, magari ci ho anche ricamato su osservando come si modificavano e che forme prendessero, un po' come si fa con le nuvole, ma mai, dico mai, mi ha sfiorato l'idea strampalata che potesse trattarsi di condense di gas tossici deliberatamente sparse allo scopo di sterminare gli umani, di cambiare il clima o di avvelenare intere popolazioni. Perché di ciò invece alcuni credono proprio che si tratti. Ci sono addirittura interrogazioni parlamentari, comitati di studio, blog e perfino un sito ufficiale, che chi vuole saperne di più può consultare. Pare che da una certa data in poi tali striature abbiano cominciato a intensificarsi, guarda caso proprio in una certa regione degli USA, e che in seguito qualcuno abbia messo in relazione i malori di cui furono vittima molti abitanti di un villaggio, con le forme anomale delle scie.
Ed io che mi credevo una persona mediamente informata e aggiornata, non ne sapevo nulla!! Beata ignoranza che mi fa vivere serenamente, fantasticando a naso insù, inconsapevole dell'impatto di detriti di satelliti che si stanno per abbattere sul mio incauto capo, o sui venefici vapori chimici che sto inalando, oppure chissà qualche mefitico alito di alieno (spero non mangiatore di aglio) in agguato.
Questa storia mi ricorda un po' quella dei cerchi sul grano, che per anni ha fatto scalpore e poi si è esaurita, oppure le vetuste teorie sugli E.T. che avrebbero costruito le antiche piramidi d'Egitto, così come quelle atzeche
Ho già affrontato in un post qualche tempo fa, un argomento analogo, su una certa sottocultura del terrore ingiustificato, che di volta in volta prende di mira virus, epidemie, disastri ecologici, e in generale il progresso tecnologico quale responsabile primario di molti nostri pericoli. Non so bene perché ma questa paura dell'innovazione si associa spesso al desiderio peraltro lodevole, del "naturale", "genuino" ecologico e non contaminato. Tutte cose che è giustissimo preservare e ricercare, ma che a mio biologico modo di vedere possono coesistere anche con i vantaggi dell'innovazione.
L' aura mefistofelica che avvolge la tecnologia e anche la scienza, spesso con essa confusa, non ha nulla a che vedere con le paure oscurantiste che spesso sono frutto solo di ignoranza.
Se ho occasione di parlare con questi terrorizzati dal progresso porto sempre l'esempio del fuoco, che non a caso è il simbolo del mito di Prometeo. Chissà quanti si saranno bruciati, ustionati o carbonizzati per opera del fuoco, ma era giustificato privarsene? Come ha saggiamente sentenziato mio marito per tappare la bocca dei suoi compagni del corso orticolo: "La scienza non è né buona né cattiva, è neutra, mentre può essere buono o cattivo l'uso che se ne fa".
Condivido pienamente il suo pensiero anche se avrei sostituito la parola "progresso tecnologico" a Scienza. Quest'ultima, per me è sempre positiva e perciò la scrivo anche con la S maiuscola.
Al di la dell'orticultura, il coniuge mi ha raccontato delle chiacchiere con i suoi compagni di lezione, avvenute durante l'intervallo fra la lezione teorica e pratica, e mi ha chiesto se io avessi mai sentito parlare di "scie chimiche", argomento che pare avesse molto animato la conversazione. Ovviamente no, quindi ho subito "googleato" per scoprirne il significato...
Sorpresa! Si tratta addirittura secondo una certa teoria di un COMPLOTTO, operato da chi non è chiaro, e a quale fine nemmeno...ma molto molto allarmante.
Tante volte, ho guardato il cielo solcato da queste scie di condensazione lasciate da aerei, come moltissime altre persone avranno fatto, magari ci ho anche ricamato su osservando come si modificavano e che forme prendessero, un po' come si fa con le nuvole, ma mai, dico mai, mi ha sfiorato l'idea strampalata che potesse trattarsi di condense di gas tossici deliberatamente sparse allo scopo di sterminare gli umani, di cambiare il clima o di avvelenare intere popolazioni. Perché di ciò invece alcuni credono proprio che si tratti. Ci sono addirittura interrogazioni parlamentari, comitati di studio, blog e perfino un sito ufficiale, che chi vuole saperne di più può consultare. Pare che da una certa data in poi tali striature abbiano cominciato a intensificarsi, guarda caso proprio in una certa regione degli USA, e che in seguito qualcuno abbia messo in relazione i malori di cui furono vittima molti abitanti di un villaggio, con le forme anomale delle scie.
Ed io che mi credevo una persona mediamente informata e aggiornata, non ne sapevo nulla!! Beata ignoranza che mi fa vivere serenamente, fantasticando a naso insù, inconsapevole dell'impatto di detriti di satelliti che si stanno per abbattere sul mio incauto capo, o sui venefici vapori chimici che sto inalando, oppure chissà qualche mefitico alito di alieno (spero non mangiatore di aglio) in agguato.
Questa storia mi ricorda un po' quella dei cerchi sul grano, che per anni ha fatto scalpore e poi si è esaurita, oppure le vetuste teorie sugli E.T. che avrebbero costruito le antiche piramidi d'Egitto, così come quelle atzeche
Ho già affrontato in un post qualche tempo fa, un argomento analogo, su una certa sottocultura del terrore ingiustificato, che di volta in volta prende di mira virus, epidemie, disastri ecologici, e in generale il progresso tecnologico quale responsabile primario di molti nostri pericoli. Non so bene perché ma questa paura dell'innovazione si associa spesso al desiderio peraltro lodevole, del "naturale", "genuino" ecologico e non contaminato. Tutte cose che è giustissimo preservare e ricercare, ma che a mio biologico modo di vedere possono coesistere anche con i vantaggi dell'innovazione.
L' aura mefistofelica che avvolge la tecnologia e anche la scienza, spesso con essa confusa, non ha nulla a che vedere con le paure oscurantiste che spesso sono frutto solo di ignoranza.
Se ho occasione di parlare con questi terrorizzati dal progresso porto sempre l'esempio del fuoco, che non a caso è il simbolo del mito di Prometeo. Chissà quanti si saranno bruciati, ustionati o carbonizzati per opera del fuoco, ma era giustificato privarsene? Come ha saggiamente sentenziato mio marito per tappare la bocca dei suoi compagni del corso orticolo: "La scienza non è né buona né cattiva, è neutra, mentre può essere buono o cattivo l'uso che se ne fa".
Condivido pienamente il suo pensiero anche se avrei sostituito la parola "progresso tecnologico" a Scienza. Quest'ultima, per me è sempre positiva e perciò la scrivo anche con la S maiuscola.
domenica 18 settembre 2011
Medico cura te stesso.
E' d'obbligo un "sequel" sull'argomento dei quiz per l'ammissione alla facoltà di medicina; nel post precedente, mi era sfuggita la famosa domanda sulla grattachecca. Ma dico io: i compilatori dei test come e dove se le trovano queste "chicche"?? Questa gratta-checca non l'avevo mai sentita nominare, penso che la gestora del chiosco sarà grata della pubblicità.
Torno sull'argomento perché mi sento coinvolta sulla questione facoltà di medicina.C'è un dilemma tutto italiano che riguarda i numeri: da una parte si legge che c'è un sovrannumero di medici rispetto al fabbisogno, da un'altra pare che presto ci sarà carenza e toccherà importare laureati in medicina da india e altri paesi. Idem dicasi degli infermieri, già ora molti sono di altra nazionalità, però i concorsi pubblici , quando ci sono, vengono presi d'assalto.
Non è difficile spiegarne i motivi. Prima di tutto i presidi di facoltà, o chi per loro, non hanno le idee chiare sul reale bisogno di laureati in proiezione nei 5-6 anni a venire. Questa è una grossa pecca dell'università, completamente avulsa dal mondo del lavoro e dell'impresa, in tutti i campi, non solo medico.
Poi basta considerare l'altissimo numero di medici precari che per poca e incerta paga tengono in piedi reparti e servizi indispensabili alla sanità; e aggiungo biologi, perché ne conosco in prima persona.
Si parla degli sprechi, che sicuramente ci sono e vanno controllati, ma nessuno mai parla di quale risparmio la sanità pubblica fa' sulla pelle di tanto personale sottopagato e non inquadrato regolarmente.
Per quanto riguarda gli infermieri...ora tutti "laureati", quindi non più propensi alla cura della persona, quanti ne servono realmente in ogni reparto, a fare da manager di corsia, e invece quanto personale di vecchio stampo, cioè quelle infermiere cosiddette generiche che un tempo aiutavano i malati a lavarsi, andare in bagno e così via, sarebbe utile?
Adesso se qualcuno ha avuto come me purtroppo l'esperienza di un ricovero ospedaliero, potrà rendersi conto di quanto personale si aggira fra i letti, con compiti ben definiti e non elastici: la caposala sta nel suo gabbiotto con le cartelle e la gestione di tutto, l'infermiere/a misura la pressione, fa' i prelievi, distribuisce la terapia, le pulitrici dipendenti di imprese esterne, di primissima mattina, puliscono veloci pavimenti e suppellettili. L'allettato che non può muoversi, se vuole un bicchiere d'acqua, può suonare il campanello e armarsi di santa pazienza. Del resto è un paziente per definizione.
Alla fine il problema si riassume proprio qui: il centro di tutto dovrebbe essere proprio lui, il paziente. Invece è l'ultima, ultimissima rotella di un sistema che ormai viene definito "azienda", ma che tale non dovrebbe assolutamente essere. La salute non è mica un prodotto che si scambia o si vende, le strutture sanitarie non possono essere finalizzate al lucro, è un servizio per il cittadino, pagato con te tasse.. di chi le paga.
Ed il medico, figura centrale e chiave di tutto, dovrebbe riacquistare quella identità di persona preparata, a cui si affidano vite, che sceglie un percorso difficile di istruzione, ma anche di umanità, per vocazione. Ho seri dubbi che l''università sia in grado di selezionare queste figure.
venerdì 9 settembre 2011
Ma la vita è tutta un quiz?
Se poi vorrete pure una diagnosi e una cura corretta, allora la musica cambia.
Mi riferisco ai test di ingresso alla facoltà di medicina, che com'è noto da alcuni anni è a numero chiuso, e per accedervi bisogna superare un test da fare invidia agli incalliti ed accaniti appassionati di enigmistica e definiti nell'ambiente come "solutori più che abili". Se non ci credete cliccate QUI e provate a risolvere qualche quiz.
Vi assicuro, che io pur piccandomi di essere bravetta nell'enigmistica, ho avuto qualche difficoltà.
Certo trattandosi di test di ammissione ad una facoltà è ovvio che non possono esserci domande molto specifiche riguardanti quella facoltà, nella fattispecie di medicina, se no che senso avrebbe andare a studiare medicina? Infatti le domande riguardanti il concetto di "dolore", o sul cancro, o di genetica, sono volutamente generiche e più risolvibili col buon senso o la logica che con una conoscenza medica. Questo va benissimo. Ma che c'entra la data di nascita di Pirandello, o quando furono scritti "I Malavoglia" o qual'è la più popolare opera di Puccini? D'accordo che il medico deve essere una persona di cultura, e che sarebbe auspicabile avesse letto e scritto sufficientemente, tanto da essere in grado di capire ciò che gli espone il paziente, e anche e soprattutto di sapere parlare con lui in modo chiaro, corretto, gentile e col dovuto tatto.
Ma a preparare un medico così dovrebbe innanzitutto pensarci la scuola secondaria, un liceo come si deve e come era ai tempi miei, quando ti rilasciava l'ambita maturità, voleva dire che di sicuro sapevi tutto di Pirandello, Ungaretti e Manzoni, oltre che matematica, chimica, storia e scienze, tuttalpiù c'era qualche buco di musica e di arte...
Questa "scrematura" che si fa oggi per accedere all'università "puzza" molto di copertura per qualche falla della scuola superiore, perciò se sei stato fortunato o sei bravo o hai avuto il privilegio di frequentare una scuola di buon livello sei favorito. Si può obbiettare che è necessario un accesso limitato all'università, per garantire un migliore livello di preparazione, e per sfornare un giusto numero di laureati non in eccesso rispetto alla richiesta.
La realtà dice che quest'ultimo assioma viene poi puntualmente disatteso, infatti ci sono un sacco di medici, architetti e biologi a spasso. Inoltre siamo sicuri che questo tipo di selezione sia efficace a scegliere i più idonei alla tal professione?
Potrei elencare alcuni esempi in campo medico, dalla mia sfera personale, che sicuramente dicono che la risposta è no.
Dal bravissimo medico anziano pieno di esperienza che per diletto ha provato a fare il test ed è risultato clamorosamente bocciato, al figlio di miei conoscenti di umile estrazione, che a dispetto della vocazione ha fallito per ben 5 volte, diventando alla fine un ottimo infermiere, alla figlia di altri conoscenti anch'essi medici, diligente e studiosa che ha superato brillantemente, e poi al primo impatto pratico è svenuta davanti ad uno sconcertato paziente.
E' chiaro che i test di ammissione così concepiti sono una selezione sulla base del censo dello studente. Quello che ha frequentato la scuola più "in", o che viene da una famiglia più colta è favorito. Altrimenti bisogna contare sul fattore "lotteria". "Wow, che fortuna! Ho vinto un posto da studente alla facoltà di medicina!"
Quindi come rendere efficaci queste selezioni, se debbono proprio essere fatte? Ma è semplice! Per una Darwiniana come me, nulla è più efficace della selezione naturale.
L'accesso alla facoltà dovrebbe essere libero, si dovrebbero poi mettere degli sbarramenti sul numero di esami obbligatori da superare entro il primo anno, il secondo e così via.
Niente trascinamenti di esami del primo anno fino al quinto e stravaccamenti fuori corso per decenni. Anche qui però c'è un ingiustizia di base, si dirà, e gli studenti lavoratori? Allora pensiamo a qualche escamotage per gli studenti meritevoli, ma poveri, se devono lavorare che sia un lavoro protetto, e meglio ancora cerchiamo di fornirgli borse di studio adeguate. case agevolate, trasporti gratuiti.
venerdì 26 agosto 2011
Ricerca del tempo perduto.
Sono stata una ricercatrice, insieme a mio marito, biologi e coniugi che per caso o per necessità si sono ritrovati a lavorare insieme per 30 anni.
Aggiungo fortunata, nel senso che a 33 anni circa sono stata assunta a tempo indeterminato ed ora godo di una dignitosa pensione.
Leggendo l'articolo su "Repubblica" sullo stato della ricerca in italia, da alcuni anni sotto la media europea, e con un crollo finale catastrofico nell'ultimo periodo, mi viene immodestamente da pensare che ciò sia anche dovuto al mio abbandono! :)
A parte gli scherzi, ho difficoltà a parlare dei miei trascorsi, un po' per le ferite che ancora mi bruciano, e metterci sopra il sale non giova, un po' perché se devo dire tutto, rischio la denuncia, molti protagonisti del declino dell'istituto di ricerca di cui ero dipendente, sono ancora vivi e vegeti e al potere, quindi... "absit iniuria verbis".
Posso solo fare alcune considerazioni di carattere generale, fondate ovviamente sulle esperienze personali, ma in alcuni casi abbastanza comuni.
Io ad esempio ho al mio attivo più di 40 pubblicazioni su riviste internazionali recensite e con un Impact Factor dignitoso per il mio settore, ma non ho mai avuto il piacere né l'onere di presentare il mio curriculum all'azienda per un concorso o avanzamento di carriera, perché semplicemente non erano previsti, né mai son stati attuati. Avrei potuto presentarle a qualche altro ente o concorso. AH ah ah..( risata sardonica), e quali? O meglio dove, non ci fosse già un designato, unto dal suo protettore?
Comunque a suo tempo provai...e quando andò bene arrivai seconda.
Quindi primo problema, non esiste meritocrazia nell'ambito della ricerca, né mobilità, né tanto meno incentivi finanziari.
Rido di gusto quando leggo del decreto per gli strumenti volti a individuare e premiare la produttività. E' vero che a fine anno ci venivano consegnati dei moduli da compilare per una autovalutazione, poi completati e approvati dai nostri responsabili, ma il tutto alla fine si risolveva in una mera formalità per distribuire a pioggia quei pochi soldi destinati a questo scopo.
In pratica non ho mai visto premiare chi si dava più da fare, né tantomeno punire chi era lavativo, anzi chi sapeva defilarsi di più alla fine riusciva sempre ad essere premiato di più.
Qualcuno potrà obbiettare che son cose note. Fare bene il proprio dovere e nell'ambito della ricerca poi, non paga si sa, e non da né carriera né reddito maggiore, si fa' per la soddisfazione personale.
Qui il discorso diventa difficile, cos'è questa fantomatica soddisfazione personale? Se si tratta di riuscire a dormire sonni tranquilli anche dopo avere mandato giù bocconi amari tutti i giorni, se vuol dire che il bilancio dopo anni di lavoro guardandoti allo specchio è potersi dire "Sei poco pagato, precario, poco apprezzato dai diretti superiori, ma dentro di te sai di essere bravo e di far onestamente il tuo lavoro", oppure indulgere a guardare su "PubMed" quanti ricercatori ancora leggono e citano i tuoi articoli, allora si, grande soddisfazione personale!
Non so se sia sufficiente...sembra di no a giudicare dai risultati. Ma il peggio deve ancora venire se consideriamo che il nostro patrimonio umano di ricercatori è sempre più vecchio, molti giovani precari e mal pagati abbandonano la ricerca, oppure i migliori vanno all'estero.
Per una forma di telepatia (?) o semplicemente di interessi in comune, scopro ora anche mia figlia ha pubblicato un post, molto più esaustivo e ben articolato sull'argomento ricerca, leggibile QUI.
Quale futuro per il paese si prospetta?
Amaramente mi chiedo, ma si vuole davvero che il nostro paese migliori, cresca, si evolva?
Aggiungo fortunata, nel senso che a 33 anni circa sono stata assunta a tempo indeterminato ed ora godo di una dignitosa pensione.
Leggendo l'articolo su "Repubblica" sullo stato della ricerca in italia, da alcuni anni sotto la media europea, e con un crollo finale catastrofico nell'ultimo periodo, mi viene immodestamente da pensare che ciò sia anche dovuto al mio abbandono! :)
A parte gli scherzi, ho difficoltà a parlare dei miei trascorsi, un po' per le ferite che ancora mi bruciano, e metterci sopra il sale non giova, un po' perché se devo dire tutto, rischio la denuncia, molti protagonisti del declino dell'istituto di ricerca di cui ero dipendente, sono ancora vivi e vegeti e al potere, quindi... "absit iniuria verbis".
Posso solo fare alcune considerazioni di carattere generale, fondate ovviamente sulle esperienze personali, ma in alcuni casi abbastanza comuni.
Io ad esempio ho al mio attivo più di 40 pubblicazioni su riviste internazionali recensite e con un Impact Factor dignitoso per il mio settore, ma non ho mai avuto il piacere né l'onere di presentare il mio curriculum all'azienda per un concorso o avanzamento di carriera, perché semplicemente non erano previsti, né mai son stati attuati. Avrei potuto presentarle a qualche altro ente o concorso. AH ah ah..( risata sardonica), e quali? O meglio dove, non ci fosse già un designato, unto dal suo protettore?
Comunque a suo tempo provai...e quando andò bene arrivai seconda.
Quindi primo problema, non esiste meritocrazia nell'ambito della ricerca, né mobilità, né tanto meno incentivi finanziari.
Rido di gusto quando leggo del decreto per gli strumenti volti a individuare e premiare la produttività. E' vero che a fine anno ci venivano consegnati dei moduli da compilare per una autovalutazione, poi completati e approvati dai nostri responsabili, ma il tutto alla fine si risolveva in una mera formalità per distribuire a pioggia quei pochi soldi destinati a questo scopo.
In pratica non ho mai visto premiare chi si dava più da fare, né tantomeno punire chi era lavativo, anzi chi sapeva defilarsi di più alla fine riusciva sempre ad essere premiato di più.
Qualcuno potrà obbiettare che son cose note. Fare bene il proprio dovere e nell'ambito della ricerca poi, non paga si sa, e non da né carriera né reddito maggiore, si fa' per la soddisfazione personale.
Qui il discorso diventa difficile, cos'è questa fantomatica soddisfazione personale? Se si tratta di riuscire a dormire sonni tranquilli anche dopo avere mandato giù bocconi amari tutti i giorni, se vuol dire che il bilancio dopo anni di lavoro guardandoti allo specchio è potersi dire "Sei poco pagato, precario, poco apprezzato dai diretti superiori, ma dentro di te sai di essere bravo e di far onestamente il tuo lavoro", oppure indulgere a guardare su "PubMed" quanti ricercatori ancora leggono e citano i tuoi articoli, allora si, grande soddisfazione personale!
Non so se sia sufficiente...sembra di no a giudicare dai risultati. Ma il peggio deve ancora venire se consideriamo che il nostro patrimonio umano di ricercatori è sempre più vecchio, molti giovani precari e mal pagati abbandonano la ricerca, oppure i migliori vanno all'estero.
Per una forma di telepatia (?) o semplicemente di interessi in comune, scopro ora anche mia figlia ha pubblicato un post, molto più esaustivo e ben articolato sull'argomento ricerca, leggibile QUI.
Quale futuro per il paese si prospetta?
Amaramente mi chiedo, ma si vuole davvero che il nostro paese migliori, cresca, si evolva?
domenica 17 luglio 2011
Cum grano salis.
Leggo oggi sull'Espresso l'intervista con il famoso cuoco, anzi dovrei dire chef, Ferran Adrià, che chiuderà il mitico ristorante spagnolo,"El Bulli" questo 31 luglio.
All'intervistatore, che lo ha beccato mentre con il suo staff cenava, prima di servire i clienti, dato che la cena era costituita da spaghetti alla bolognese, hamburger e patatine, e non dalle sue creazioni, quali spume e schiume, sindoni di bistecche su ostie di parmigiano, zuppe gelate all'azoto liquido, ha detto, per giustificarsi, che la cucina di casa serve a nutrirsi, mentre quella del suo ristorante per fare un'esperienza. Indimenticabile, dice qualcuno, anche per il prezzo, poco più di 300 €, sempre che si abbia la costanza e la fortuna di attendere anche per un anno la prenotazione.
Insomma come dire che a casa mia decoro le pareti con dei quadri croste, come riempitivo, invece vado al museo ad ammirare i "Tagli" di Fontana per avere il brivido dell'arte moderna. Personalmente preferisco gli Uffizi.
Non c'è nulla da obiettare, il ragionamento potrebbe anche funzionare, ma io, devo ammetterlo, sono un po' prevenuta nei confronti di questi "chef", sarà perché, da quando sono abbonata a Sky, in seconda serata guardo spesso il "Gambero Rosso", alla ricerca di nuove ricette e di località amene dal punto di vista gastronomico. Non che i canali TV siano carenti di ricette, cuochi e preparazioni culinarie, anzi! Ormai non c'è programma che non abbia il suo bravo angolo cottura, con consigli alimentari e dietetici. Pare che per anni, dovendo farne a meno, le nostre mamme e nonne (e famiglie) morissero di fame.
Bisogna dire che gli chef sono davvero diventati dei "divi", se la tirano in modo pazzesco, parlano un linguaggio in codice: territorio, tradizione, rivisitazione, ricerca del gusto....
E poi mentre spignattano in diretta, circondati da aggeggi tecnologici, dai nomi assurdi, planetarie, abbattitori, cannelli di fiamma simil-ossidrica, termometri digitali, insomma tutte cose che una pur moderna cuciniera come me, si sogna, intanto parlano e spiegano, con terminologia molto tecnica, come si sfiletta un branzino, si caramella un pomodoro ciliegino, si emulsiona una salsa, si fa un fumetto di pesce.
Sono spesso affiancati da un aiutante dall'aria stolida, che sta lì per porgere un cucchiaio, come fa' l'infermiera col bisturi al chirurgo, oppure a pelar le patate, oppure anche solo a far da contorno ciarliero.
Alla fine "impiattano", con questo bruttissimo termine coniato per loro, che ora è anche sul vocabolario, cioè vuol dire che non si serve più la pietanza a tavola, prendendola da un vassoio di servizio, ma si IMPIATTA direttamente sulla stoviglia che si porta al commensale, in maniera molto elegante, badando bene che vengano soddisfatte alcune regole fondamentali della cucina moderna: gli alimenti devono essere sovrapposti a formare una torretta, tanto più alta quanto più bravo il cuoco.
L'elegante e precaria costruzione di cibo viene impilata con un ordine preciso, a mani nude (mi auguro lavate), cioè cose croccanti, poi morbide, poi succose, poi piccanti, poi dolci, infine salate e in bilico in cima un cappero (mi raccomando dissalato e siciliano) o una foglia di menta, (il prezzemolo è obsoleto), affinchè il commensale al primo boccone così composto, abbia una girandola e un esplosione di sensazioni contrastanti.
Dimenticavo: sul piatto viene in precedenza colata una qualche salsa, a specchio, che niente e nessuno potrai mai gustare, essendo costituita da un velo di liquido, assolutamente non raccoglibile e non avendo il degustatore, ovviamente, modo né mezzi per fare volgari "scarpette".
Eventualmente molti altri decori non commestibili (bucce di melanzana disidratate, pezzetti di lardo di colonnata carbonizzato, polvere di uovo liofilizzato, fiori di campo, etc) potranno essere disposti artisticamente in modo da soddisfare l'occhio. Il tutto richiede anche per uno chef-speedy almeno 10 minuti.
Se volete cimentarvi e stupire gli ospiti, dovete innazitutto attrezzarvi con tutte quelle diavolerie tecnologiche ormai indispensabili in cucina, compresi gli stampi in silicone e dei particolari anelli in acciaio per "coppare", altro termine neo coniato ad usum chef. Poi mettevi al lavoro, di buona lena e calcolate di impiegare almeno 8 ore per quello che avrete visto preparare in 20 minuti. Infine quando sarà ora di servire e avrete finito di impiattare e decorare per 6 persone, le pietanze portate in tavola saranno ormai fredde scotte e disgustose...ma l'occhio sarà appagatissimo.
Qualcuno penserà che ho esagerato e calcato la mano...ma giuro che quanto esposto è tutto rigorosamente VERO!
Sarà per reazione, o sarà nostalgia, non so, ma ho cominciato a riscrivere le ricette che la mia mamma mi ha lasciato, vergate a mano su un quadernetto, o ripescate nella memoria.
All'intervistatore, che lo ha beccato mentre con il suo staff cenava, prima di servire i clienti, dato che la cena era costituita da spaghetti alla bolognese, hamburger e patatine, e non dalle sue creazioni, quali spume e schiume, sindoni di bistecche su ostie di parmigiano, zuppe gelate all'azoto liquido, ha detto, per giustificarsi, che la cucina di casa serve a nutrirsi, mentre quella del suo ristorante per fare un'esperienza. Indimenticabile, dice qualcuno, anche per il prezzo, poco più di 300 €, sempre che si abbia la costanza e la fortuna di attendere anche per un anno la prenotazione.
Insomma come dire che a casa mia decoro le pareti con dei quadri croste, come riempitivo, invece vado al museo ad ammirare i "Tagli" di Fontana per avere il brivido dell'arte moderna. Personalmente preferisco gli Uffizi.
Non c'è nulla da obiettare, il ragionamento potrebbe anche funzionare, ma io, devo ammetterlo, sono un po' prevenuta nei confronti di questi "chef", sarà perché, da quando sono abbonata a Sky, in seconda serata guardo spesso il "Gambero Rosso", alla ricerca di nuove ricette e di località amene dal punto di vista gastronomico. Non che i canali TV siano carenti di ricette, cuochi e preparazioni culinarie, anzi! Ormai non c'è programma che non abbia il suo bravo angolo cottura, con consigli alimentari e dietetici. Pare che per anni, dovendo farne a meno, le nostre mamme e nonne (e famiglie) morissero di fame.
Bisogna dire che gli chef sono davvero diventati dei "divi", se la tirano in modo pazzesco, parlano un linguaggio in codice: territorio, tradizione, rivisitazione, ricerca del gusto....
E poi mentre spignattano in diretta, circondati da aggeggi tecnologici, dai nomi assurdi, planetarie, abbattitori, cannelli di fiamma simil-ossidrica, termometri digitali, insomma tutte cose che una pur moderna cuciniera come me, si sogna, intanto parlano e spiegano, con terminologia molto tecnica, come si sfiletta un branzino, si caramella un pomodoro ciliegino, si emulsiona una salsa, si fa un fumetto di pesce.
Sono spesso affiancati da un aiutante dall'aria stolida, che sta lì per porgere un cucchiaio, come fa' l'infermiera col bisturi al chirurgo, oppure a pelar le patate, oppure anche solo a far da contorno ciarliero.
Alla fine "impiattano", con questo bruttissimo termine coniato per loro, che ora è anche sul vocabolario, cioè vuol dire che non si serve più la pietanza a tavola, prendendola da un vassoio di servizio, ma si IMPIATTA direttamente sulla stoviglia che si porta al commensale, in maniera molto elegante, badando bene che vengano soddisfatte alcune regole fondamentali della cucina moderna: gli alimenti devono essere sovrapposti a formare una torretta, tanto più alta quanto più bravo il cuoco.
L'elegante e precaria costruzione di cibo viene impilata con un ordine preciso, a mani nude (mi auguro lavate), cioè cose croccanti, poi morbide, poi succose, poi piccanti, poi dolci, infine salate e in bilico in cima un cappero (mi raccomando dissalato e siciliano) o una foglia di menta, (il prezzemolo è obsoleto), affinchè il commensale al primo boccone così composto, abbia una girandola e un esplosione di sensazioni contrastanti.
Dimenticavo: sul piatto viene in precedenza colata una qualche salsa, a specchio, che niente e nessuno potrai mai gustare, essendo costituita da un velo di liquido, assolutamente non raccoglibile e non avendo il degustatore, ovviamente, modo né mezzi per fare volgari "scarpette".
Eventualmente molti altri decori non commestibili (bucce di melanzana disidratate, pezzetti di lardo di colonnata carbonizzato, polvere di uovo liofilizzato, fiori di campo, etc) potranno essere disposti artisticamente in modo da soddisfare l'occhio. Il tutto richiede anche per uno chef-speedy almeno 10 minuti.
Se volete cimentarvi e stupire gli ospiti, dovete innazitutto attrezzarvi con tutte quelle diavolerie tecnologiche ormai indispensabili in cucina, compresi gli stampi in silicone e dei particolari anelli in acciaio per "coppare", altro termine neo coniato ad usum chef. Poi mettevi al lavoro, di buona lena e calcolate di impiegare almeno 8 ore per quello che avrete visto preparare in 20 minuti. Infine quando sarà ora di servire e avrete finito di impiattare e decorare per 6 persone, le pietanze portate in tavola saranno ormai fredde scotte e disgustose...ma l'occhio sarà appagatissimo.
Qualcuno penserà che ho esagerato e calcato la mano...ma giuro che quanto esposto è tutto rigorosamente VERO!
Sarà per reazione, o sarà nostalgia, non so, ma ho cominciato a riscrivere le ricette che la mia mamma mi ha lasciato, vergate a mano su un quadernetto, o ripescate nella memoria.
sabato 2 luglio 2011
Un paio di gialli per l'estate.
Anche nella lettura prediligo romanzi leggeri, quelli che posso tralasciare un momento, mentre sono in giardino e mi "scappa" di togliere un erbaccia o cogliere 2 fiori, e poi posso riprenderli senza troppa fatica e senza dovere tornare indietro per capirci qualcosa.
Mi sto dedicando a due autori di gialli prediletti: Camilleri e Veit Heinichen. Del primo sto leggendo l'ultimo libro "Gioco di Specchi", mentre del secondo ho appena terminato " Le lunghe ombre della morte".
Passando da questo a quello nel giro di una settimana il paragone diventa inevitabile, e lo scrittore tedesco ci perde assai.
Cominciamo dalle cose in comune: c'è un commissario protagonista; tutti conoscono Montalbano, ma forse pochi Proteo Laurenti, il poliziotto di origini meridionali, residente a Trieste dove si svolgono le sue indagini.
Entrambe gli investigatori sono sulla cinquantina, amano il buon cibo e non disdegnano di sbevazzare, abitano in invidiabili residenze sul mare, e apprezzano forse troppo le femmine di bell'aspetto, il che li rende piuttosto inclini all'infedeltà verso le loro compagne. Oltre naturalmente al fiuto poliziesco che li indirizza sempre sulla giusta pista, hanno anche validi collaboratori, ed un leggero manto d'ironia investe le loro avventure. Le analogie finiscono qui.
Dalla parte di Proteo, soprattutto per me, di apprezzabile c'è la realistica descrizione di Trieste e dintorni, non solo, ma anche gli avvenimenti e i personaggi storici e di spicco della città sono reali. Nei luoghi mi ci ritrovo con estrema precisione, dal tram di Opicina, ai bar, alle località oltre confine, alla trattoria Scabar, dove anche i piatti descritti sono veri (li ho mangiati!).
Per quanto riguarda la scrittura sono imparagonabili, l'una è una traduzione dal tedesco, mentre l'altra è l'impagabile prosa italo-sicula di Camilleri. Il suo vocabolario è così ricco e colorito, che per giorni continuano a "firriarmi" in testa i termini usati nel libro. Non a caso il linguaggio dell'autore siciliano è diventato materia di tesi.
Ma non è solo questo a rendere superiore Montalbano, c'è anche la vera e propria trama gialla, chiara, lineare quella intessuta da Camilleri, che comunque tiene il lettore sul filo del rasoio con pochi semplici colpi di scena, fino ad un finale risolutivo, a volte amaro, a volte con una morale.
Invece Heinichen scrive con stile cinematografico, con molta azione, ma tende a mettere troppa carne al fuoco, troppe vicende collaterali che poi non hanno riscontro, molte vie che non portano a nulla, e insomma il finale lascia perplessi e ci si chiede che cosa sia successo ad alcuni personaggi scomparsi in corso d'opera.
Entrambe sono piacevoli letture da "sotto ombrellone", ma il nostro Camilleri ha quel quid in più che ci lascia in bocca il "sciauro" dei suoi arancini.
venerdì 10 giugno 2011
Il pericolo è il mio mestiere.
Qualcuno si ricorderà che c'era un programma televisivo con questo titolo. Parlava di mestieri pericolosi, come pilota acrobatico, operaio edile di grattacieli, cacciatore di serpenti velenosi e cose così.
Ma a volte anche una persona super prudente e sedentaria come me vive molto pericolosamente. Come? Ebbene io mangio, sono una mangiona.
A parte le complicazioni sanitarie legate all'obesità che mi affliggono, ho anche un'altra pericolosa abitudine: mi nutro di allarmi alimentari.
Ho mangiato cervello di bovino poco tempo prima che si scatenasse l'allarme "mucca pazza", per la verità ancora non sapevo che rischi corressi, dopo ho smesso di mangiarlo, anche perché in famiglia piace solo a me, ma ho continuato a gustare le fiorentine, se mi si presentava l'occasione..
Proseguendo nell'incosciente abitudine ho mangiato nell'ordine: carne di maiale durante l'epidemia di influenza suina, uova e polli durante l'aviaria, ed ora mi sto abbuffando di cetrioli.
Non sono ancora morta. Ci sono comunque i rischi a lungo termine come la lattuga a foglia larga al cesio del dopo-Chernobyl.
Sicuramente colesterolo e glicemia saranno una causa di aumento rischio mortalità nel mio caso, ma non di certo aviarie e batteri killer.
Eppure la paura dilaga con queste notizie, che dovrebbero essere riportate dai giornali e TV alla stregua di curiosità, o cronaca sporadica ed episodica, e non come "allarme ed emergenza" come invece sono spesso definite.
Leggo oggi che c'è stata una pesante ricaduta sulla vendita di ortaggi in italia, un danno assurdo, di cui i "media" dovrebbero sentirsi responsabili.
Mentre sul fronte verdure incriminate dopo l'altalena cetrioli si e no, soia si e no, pare che finalmente si siano trovati i colpevoli, oltre ai germogli di soia una certa alfa-alfa, cos'è? Mai sentita nominare, quindi non l'ho mangiata, evviva sono salva! Sebbene abbia molto molto rischiato, perché ero proprio in Germania nei giorni clou, ad abbuffarmi di insalatone.
Mi domando quale razionalità ci sia nell'isterismo collettivo che impedisce di mangiare ortaggi italiani, prodotti in Italia (oggi le etichettature sono obbligatorie sempre), e come lo si possa mettere in relazione con un inquinamento limitato ad una zona geografica e a poche tipologie di verdure sospette. Cetrioli e legumi di origine tedesca, anche qualora infetti, se lavati, sbucciati o cotti sarebbero del tutto sicuri ed innocui.
Il ridicolo tocca il massimo nella notizia ascoltata poche sere fa' nel gazzettino regionale. Orde di turisti teutonici sono arrivati nelle spiagge della regione in occasione delle feste dell'ascensione, avvenimento sempre auspicato da albergatori ed operatori turistici, ed ora in fase di crisi più che mai desiderabile. Invece..la popolazione locale si domanda: "Quali rischi corriamo, con questi germanici untori?"
Il batterio, escherichia coli si trasmette per via oro-fecale, deve quindi essere ingerito mediante cibi contaminati, non si prende con uno starnuto, ne rimanendo stesi in spiaggia sul lettino a fianco di un turista tedesco.
Inoltre la contaminazione pare sia avvenuta in un unico stabilimento produttore di germogli in Germania, quindi la tracciabilità dell'alimento sarà facilmente controllabile, e su milioni di consumatori di vegetali in europa beccarsi il batterio è più difficile che vincere al superenalotto. Cos'altro ci toccherà sentire?
(La foto è del mio personale batterio).
sabato 14 maggio 2011
Saga di Kay Scarpetta I°
Perché piace, ed aggiungo, mi piace?
La ragione è che un po' tutti noi siamo attratti da ciò ci fa' orrore, e se da un lato evitiamo la realtà orripilante, da un altro ne cerchiamo la finzione scaramantica. Sulle orme dell'effetto catartico della tragedia greca.
Ne è prova anche il successo dei serial televisivi CSI e simili.
Per quanto mi riguarda debbo dire che il primo libro letto "Post Mortem" è stato un colpo di fulmine. Soprattutto per la veridicità delle tecniche scientifiche. Anzi direi che proprio questo mi ha affascinato. Ovviamente nella lettura cerchiamo sempre un'empatia, e mi è piaciuto ritrovare la descrizione di lavoro laboratoristico, anche se di natura medico legale un po' diversa da quella che mi è familiare. Un eroina che traffica con microscopio e provette non poteva rimanermi indifferente! Inoltre la scrittura fluisce veloce, le situazioni ad alta tensione tengono sul filo, e si diventa ansiosi di voltare pagina per scoprire cosa viene dopo. Cosa che a volte per me diventa problematica, leggo talmente veloce, da "perdere" interi paragrafi...e poi devo ritornare indietro per capire.
In questo primo romanzo (1990) si incontrano personaggi che poi diventeranno protagonisti fissi nei successivi. La nipotina di Kay Scarpetta, Lucy Farinelli, una bambina decenne introversa, problematica, con un eccezionale talento per i computer, e un feeling con la zia, che aiuterà nelle indagini proprio grazie alla sua capacità informatica.
Poi c'è l'agente Pete Marino, un investigatore del tipo "classico" cioè panciuto, calvo, di mezz'età, molto sagace e capace nel suo mestiere. Cito testualmente: "Andava verso i cinquanta, con un viso su cui la vita aveva infierito e lunghe ciocche di capelli grigi con la scriminatura bassa da una parte e il riporto dall'altra. Alto più di un metro e ottanta, aveva il ventre sporgente di chi da decine d'anni beve bourbon e birra." Insisto sull'età del poliziotto, perché in seguito dovrò fare alcune osservazioni a proposito. Per quanto riguarda il profilo psicologico di Marino l'autrice si esprime così: "..era un uomo difficile da capire e non ero mai riuscita a decidere se era un buon giocatore di poker o se era semplicemente tardo...un osso duro con cui comunicare era assolutamente impossibile." Altro personaggio che si intravede nel primo romanzo è tale Benton Wesley, psichiatra criminale o meglio definito "profiler psicologico" dell' FBI, sposato...ma innamorato della Scarpetta tant'è che divorzierà, e inizierà una relazione con Kay, che dopo alti e bassi, libro dopo libro, porterà al loro matrimonio.
La saga dura in effetti più di 20 anni, dato che l'ultimissimo libro "Port mortuary" sta uscendo in questi giorni. Alla faccia! I miserabili di V. Hugo, possono andare a nascondersi...
Dato che sul web, l'ho scoperto solo dopo la mia decisione di occuparmene (sigh), i siti, i blog, i forum dei fans della Scarpetta si sprecano...non la farò lunga sulle trame, che potrete approfondire qui, mi limiterò a fare qualche considerazione generica, nonchè qualche bonaria critica da profana.
Quello che noto dagli albori, man mano che procedo nei romanzi successivi, è una certa discontinuità nello stile. Ad esempio, il primo romanzo è scritto in prima persona, e così pure i seguenti, fino a "Callifora" del 2003, dove per la prima volta e poi per sempre se non erro (non sono sicurissima) Kay diventa personaggio e non più "Io narrante". Questa non è l'unica differenza nella modalità di scrittura, anche se certamente la traduzione incide notevolmente nello stile, tuttavia ho la sensazione, proprio in "Callifora" e poi ne "La Traccia" che i paragrafi diventino più brevi e concitati, che la narrazione si snodi in modo meno scorrevole, continuamente interrotta con episodi secondari e irrilevanti rispetto alla spina dorsale del romanzo. Si ha la sensazione che i "blocchi" siano stati scritti al computer e poi assemblati, cosa non necessariamente negativa, se eseguita con maestria, anzi, ma nel caso in questione danno un effetto piuttosto sciatto. Anche il "finale" che in questo genere di romanzo ha una sua importanza, a volte è spiattellato fin dalle prime righe, a volte invece, sembra raffazzonato all'ultimo minuto, e invece di dipanare il bandolo degli indizi disseminati e dei misteri accumulati, rimane sospeso..in un buio quasi incomprensibile. Magari solo per me, che mi sono persa qualche pezzo per strada.
Sappiamo che i "sequel" cioè i secondi, terzi, ennesimi episodi di film spesso sono di qualità inferiore primo. Nei romanzi, la cosa dovrebbe o potrebbe essere diversa, anche se purtroppo spesso prolifico coincide con "fare cassetta" e quindi far uscire alla velocità della luce scritti che potrebbero benissimo giacere in fondo ai cassetti a prendere polvere, senza che la letteratura ne soffra. Ci sono esempi illustri che negano quanto ho appena affermato, Simenon con i suoi molti "Maigret" è sempre un eccellente e ineffabile scrittore, e per rimanere sul "giallo" anche il nostro Camilleri con Montalbano non scherza.
Proprio dall'impietoso confronto con questi due balza agli occhi quello che secondo me è il peggiore difetto di Patricia Cornwell. Rimane una scrittrice gradevole, ma nel tempo perde di "stile" nell'ansia di scrivere troppo, e per stile intendo quella nota caratteristica, come l'aroma inconfondibile di un buon Barolo, che lo fa riconoscere anche a un non intenditore, come il "leitmotiv" di una musica che targa inequivocabilmente l'autore.
Sarà questa la ragione per cui, a parte il primo romanzo, dopo averne letti altri a decine, pur avendone tratto li per li diletto, appena rimessi nello scaffale, mi sono subito dimenticata trama, narrazione, finale e "succo"..se c'era.
Cambio genere..
Purtroppo continuo a VIVERE il quotidiano, le elezioni, i proclami etc. quindi ho due sole soluzioni, o cambio anche nazione, al momento cosa impossibile, o mi rifugio nel mondo della fantasia, mi alieno, ricorrendo all'antico rimedio di leggere romanzi.
In omaggio alla fiera del libro in corso in questi giorni a Torino, farò qualche considerazione sulle mie più recenti letture.
Ho appena finito l'ultimo (ma invece è il penultimo) libro di Patricia Cornwell, quelli della saga dell'anatomo-patologa dottoressa Kay Scarpetta.
Ho iniziato nel 2000 circa con il primo della serie: " Post mortem", uscito nel 1990 e poi tutti, anche se non sempre in ordine cronologico, scritti con grande prolificità, quasi uno all'anno. Ci metto di più io a leggerli che lei a scriverli!
Molto volenterosamente di quest'ultimo, intitolato "Scarpetta Factor", ho acquistato la versione in lingua originale, english. Ma dopo 4 pagine, mi sono affrettata a comprare la traduzione "Fattore Scarpetta", se no la lettura prendeva il sapore di "compito" quindi poco rilassante.
Dato che come dicevo non li ho letti sempre in ordine cronologico, e spesso personaggi e situazioni son trasferite da un romanzo all'altro in una sorta di continuità da "telenovela", ad un certo punto ho dovuto scrivermi un riassuntino, etichettarli con la data, e cercare magari il volume mancante che avevo saltato. Perché mai direte voi? Non diventa pure questo un compito un po' maniacale?
Forse è vero, di solito però, quando leggo un autore che mi piace, tendo a ricercare le altre opere dello stesso. Così ho finito praticamente l'opera omnia di Stephen King, e da giovane lessi tutto di Moravia, aspettando con ansia che uscisse un suo nuovo romanzo per correre a comprarlo.
Tornando alla Scarpetta, non è mia intenzione ricopiare qui il personale "bignami" che mi sono redatta per seguire le vicende della patologa-investigatrice, devo averlo perso e poi è molto più ben fatto su wiki , peccato non averlo scoperto prima.
Mi piacerebbe però fare alcune osservazioni sui romanzi, visto che ormai posso considerarmi una quasi esperta in materia, non con velleità, ma in quanto lettrice accanita. Siccome nel mio "entourage" non trovo terreno fertile alla discussione di ciò che leggo, ed uno dei piaceri della lettura è proprio la condivisione, perché non farlo attraverso queste pagine virtuali? A fra un po'.
PS. Commenti, critiche e contro-critiche saranno ben accetti.
domenica 8 maggio 2011
Libri, pesanti tomi e altre leggerezze.
Su Facebook da un po' gira un quiz, leggermente meno scemo di quelli che di solito vi si trovano, su una presunta lista stilata dalla BBC sui 100 libri da leggere assolutamente. Anzi in verità poi si dice, basta averne letti 6 per essere considerato un buon lettore. E si invita il partecipante a segnare quelli che ha letto. Così anche se ne segno magari 10-15..., secondo il quiz, non tanto meno scemo degli altri a pensarci, divento un super-lettore!
Questa lista mi ha lasciata piuttosto perplessa. Soprattutto per l'oscuro criterio di scelta dei titoli. Alcuni sono classici, che effettivamente non possono mancare nel bagaglio di un buon lettore, tipo Davide Copperfield, Madame Bovary, Anna Karenina , Guerra e pace, eccetera. Alla lista mancano però alcune eccellenze, e tanto per cominciare tutti gli autori italiani, neanche il povero Manzoni. Vi compaiono invece ben TRE romanzi di J.K. Rowling autrice di Harry Potter, che con tutto il rispetto, non mi sembra degna di figurare fra cotanti nomi solo in virtù del numero di copie vendute.
Altri sembrano scelti più sulla base della filmografia recente, tipo "Il diario di Bridget Jones" o "Il mandolino del capitano Corelli", "Charlie and the chocolat factory", quasi un incoraggiamento, così uno ci mette la crocetta, perchè tanto ha visto il film.
Spulciando meglio nel web scopro che esistono liste un po' diverse una dall'altra..Nella versione italiana mi compaiono Moravia, Manzoni, Natalia Ginzburg, Primo Levi, Collodi , Pavese, e qualcun altro, meno male! Non ho notato a spese di chi si son piazzati. Anche se poi mancano Pasolini, Elsa Morante, Italo Svevo, ma in compenso ci sono l' Odissea, La Divina Commedia, e ..la Bibbia! E perchè non il Corano?
Ebbene, se tale catalogo è (come presumo) indirizzato a un pubblico più giovane di me, allora va bene "Alice nel paese delle meraviglie", "Il signore degli anelli" e "Harry Potter", ma vi immaginate quello stesso lettore intento a sfogliare a letto, o in spiaggia, o dal parrucchiere, La Divina Commedia o La Bibbia? Non è credibile, se non altro per la "pesantezza" dei tomi.
Qualora si fosse fosse voluto fare un test serio, lo si sarebbe dovuto, come dire, un po' modulare sull'età e sulla nazionalità. Il fatto che sia stato redatto dalla BBC giustifica che vi compaia l'opera omnia di Shakespeare e di Jane Austen...mentre vi è un solo Kafka, nonchè uno sparutissimo manipolo di francesi, di quelli che proprio non puoi non avere sentito nominare, come Victor Hugo e Alexander Dumas. Sospetta l'assenza di George B. Show e di Oscar Wilde (guarda caso entrambi irlandesi). Comunque il riscatto c'è poi con J. Joyce e L'Ulisse...(chissà in quanti l'hanno letto?)
Insomma alla fine niente di nuovo sotto l'egida del popolare network, in quanto ai quiz una fiera dello stupidario globale, dove tutti possono dire di tutto ed il relativo contrario.
A questo proposito la grande facilità con cui oggi chiunque (me compresa!) può "pubblicare", nel senso di rendere pubblico, il suo pensiero, le sue idee, le meditazioni, le opinioni al mondo intero, è un argomento che mi affascina, e ne riparlerò.
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